Maratone e altro — 07 ottobre 2009

La settimana scorsa si è disputato a Cleveland, Ohio il campionato nazionale Usa delle 24 ore. Il breve circuito stradale e l’ottima assistenza, favorita anche da un clima ancora favorevole, hanno prodotto risultati molto pregevoli, oltre tutto realizzati anche da alcuni atleti poco conosciuti per la specialità.
Ha vinto Philip McCarthy con 243.840km, seguito da John Geesler (224.356), da Dan Rose (224.154) e da altri cinque oltre i 200km. Fra le donne la migliore è stata Jill Perry con 219.399, davanti a Anna Piskorska (212.861), Debra Horn (207.498) ed altre sette oltre 160km.
Questa gara era valida anche come selezione per la nazionale Usa che sarà in gara nel prossimo mondiale di Brive: infatti la selezione era garantita per i primi tre, purchè superassero dei minimi, abbondantemente ottenuti.
Questo non esclude la facoltà dei tecnici di convocare altri atleti meritevoli, in quanto il regolamento prevede che ogni squadra possa essere composta da sei uomini e sei donne.
Con questa mossa i dirigenti Usa hanno cercato di attrarre verso le 24 ore almeno alcuni dei moltissimi corridori che amano dedicarsi alle lunghissime corse in natura, ovvero le 100 miglia trail che tanto successo hanno nel loro Paese. Nello stesso tempo in questo modo si è valorizzato il campionato nazionale, che anche da loro dava segni di stanchezza.
Raccogliendo queste notizie ci veniva in mente la sorte non esaltante che spesso i campionati nazionali delle lunghissime distanze hanno da noi, spesso disertati da molti dei migliori. A questo proposito sposiamo in pieno le considerazioni espresse da Andrea Accorsi in un suo articolo sull’argomento e pubblicato sul bel sito MONDOULTRA di cui lui è l’anima.
Un’altra considerazione aggiuntiva, ma non secondaria, è che adottando anche da noi un criterio dello stesso genere, si potrebbero limitare gli errori di scelta che hanno influenzato il rendimento della nostra nazionale maschile in alcune uscite recenti. In perfetta buona fede, sia chiaro!
Fino allo scorso anno la Iuta emanava per tempo dei criteri di selezione, che imponevano, giustamente, agli atleti scelte molto logiche e razionali riguardo alle gare che potevano essere svolte e quindi tenute in considerazione, ma improvvisamente la Iuta ha ritenuto di abolire tali criteri, affidando ai responsabili l’intera ed esclusiva responsabilità nelle scelte. Dato errare è umano…
L’esperienza americana rappresenta una via di mezzo fra criteri selettivi automatici e l’intervento dei tecnici, il che forse è la quadratura del cerchio.
Ci vorrebbe molto a fare qualcosa di simile anche da noi?


 

Autore: Franco Anichini

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