Curiosita — 13 novembre 2010

Ciao a Tutti, ho letto questo articolo sulla rivista Altrocosnumo del giugno 2009 che trovo molto interessante e, visti i risultati, pieno di sorprese……Penso che può interessare a tanti nostri amici podisti.


Saro Trotta


Inchiesta
28 Altroconsumo Giugno 2009
http://www.altroconsumo.it/
Scarpe
L’etica sotto i piedi
Se volete correre su scarpe da jogging prodotte nel rispetto
di lavoratori e ambiente, evitate Nike, Asics, Brooks e Saucony.
Non ci hanno voluto aprire le porte delle fabbriche. Cosa nascondono?
LA NOSTRA INCHIESTA
Questa inchiesta, svolta con l’obiettivo di valutare la responsabilità sociale e ambientale di nove grandi produttori di scarpe da jogging, è il frutto della collaborazione tra Altroconsumo e varie associazioni di consumatori europee (Austria, Belgio, Danimarca, Finlandia, Germania, Portogallo, Spagna, Svizzera e Svezia).
GLI ATTORI COINVOLTI
Abbiamo contattato direttamente le sedi internazionali delle aziende coinvolte (responsabili dei prodotti venduti in Europa) e poi visitato le fabbriche, allo scopo di verificare le effettive condizioni di lavoro degli operai e il rispetto dell’ambiente.
LE TAPPE DELL’INDAGINE
Alle aziende sono stati inviati questionari per ottenere informazioni di carattere etico riguardanti le proprie politiche e quelle della loro catena di fornitori. Le risposte sono state sottoposte a un processo di validazione con la collaborazione di un’organizzazione specializzata in audit sociali. Abbiamo poi effettuato, d’accordo con le aziende disponibili, ispezioni nelle fabbriche cinesi che assemblano le scarpe e in quelle che producono suole, nel corso delle quali sono stati intervistati più di cento lavoratori.
L’inchiesta si è completata con l’analisi dei siti internet (in inglese e in italiano) e con richieste di informazioni via email e telefono. Il tutto è avvenuto tra novembre 2008 e aprile 2009.


Belle e comode. Ma anche buone, senza macchie, eticamente impeccabili e verdi. Le scarpe da jogging le vorremmo così, prodotte da aziende virtuose e responsabili, che rispettano i diritti dei lavoratori e tutelano l’ambiente. E lo fanno realmente, non solo diffondendo slogan di vuote parole e stilando codici di produzione eticamente corretti, che non trovano applicazione.
La corsa alla delocalizzazione
La maggior parte delle multinazionali leader del mercato delle scarpe da jogging ha delocalizzato la produzione nei paesi con manodopera a basso costo, dove però anche la tutela dei lavoratori è debole o inesistente. Il Sud-est della Cina è oggi il maggior polo manifatturiero di scarpe sportive, anche se i centri produttivi si stanno spostando verso Indonesia e Vietnam, dove il costo del lavoro è ancora più basso e le normative di tutela ambientale meno stringenti. Le fabbriche non sono quasi mai di proprietà delle multinazionali, le quali ricorrono a contratti di fornitura con terzisti. Così nessuna società è mai la sola e diretta responsabile di quello che vi succede.
La svendita dei diritti
Il lavoro degli operai, già di per sé duro, qui rasenta lo sfruttamento. Le visite negli stabilimenti in Cina hanno evidenziato
Bdiversi punti critici: livelli salariali che non garantiscono standard di vita decorosi, negazione della libera rappresentanza sindacale, assenza di tutele speciali per il lavoro giovanile (16-18 anni), turni poco sostenibili (e legati a risultati giornalieri ardui da raggiungere), straordinari forzati e deduzioni nello stipendio per chi non è in grado di farli, mancanza di sicurezza sul lavoro, discriminazioni e violenze verbali. Quattro marchi (Reebok, Puma, Adidas e New Balance) raggiungono buoni risultati nel far rispettare in tutta la catena dei fornitori i requisiti sociali fissati nel loro codice di condotta, grazie a un sistema permanente di controlli nelle fabbriche, condotti anche da enti indipendenti.
Le più sensibili ai temi ambientali rimangono Adidas e Reebok (dello stesso gruppo), seguite da New Balance.
Le politiche della marca
Gli impegni presi a livello di gruppo sui temi sociali e ambientali (principi e linee guida per la catena di fornitura, impegno per la tutela dei dipendenti, dell’ambiente e delle comunità delle aree produttive ) fanno registrare giudizi mediamente più alti, tranne che sul versante del dialogo con i consumatori su aspetti di natura etica, dove esistono ancora barriere e poca disponibilità. Le nostre richieste telefoniche o via email, poste come semplici consumatori, sono perlopiù rimaste senza risposta.


La mia vita in Vietnam,
ostaggio della fabbrica”
Sono testimonianze toccanti quelle raccolte dalla viva voce di alcuni operai di una fabbrica vietnamita che produce scarpe per Nike. Li abbiamo intervistati fuori dallo stabilimento, perché Nike non ci ha permesso di entrare. Ecco cosa ci dicono due operaie. Appaiono in forma anonima, per evitare loro possibili ritorsioni.



L. ha 40 anni, è divorziata con due figli, che vivono però lontano da lei, con i nonni. Lavora con altre 40.000 persone in un ambiente affollato e maleodorante. Il suo stipendio è di circa 72 euro al mese (abbiamo convertito le somme dal dong vietnamita), sempre che riesca a raggiungere gli obiettivi che l’azienda le assegna. In caso contrario le decurtano 11 euro.
‘Sono target difficili da raggiungere, perché Nike introduce ogni mese nuovi modelli, sui quali è complicato acquisire subito dimestichezza. Mando ai miei figli poco più di un terzo del mio stipendio.

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Peluso

  • rosario romano

    Nel dubbio rinuncerò alle mie cumulus.

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