Cronaca — 22 maggio 2010

La seconda edizione della ultramaratona/maratona ‘6 Ore dei Templari – Memorial Vito Frangione’, si è chiusa lo scorso otto maggio, raccogliendo riscontri positivi ed ottime recensioni. A distanza di qualche settimana, è giunto il tempo della riflessione. In termini organizzativi quello che si nota, passando da una prima ad una seconda edizione, è una maggiore padronanza (dove maggiore non significa per questo esaustiva) dei meccanismi gestionali, forse una minore ansia accompagnata, comunque, dalla solita, contagiosa adrenalina e quindi, tutto sommato, è proprio vero che l’esperienza insegna. Al contempo, però, si nota anche quella che non si fa fatica a chiamare ‘perdita dell’innocenza’: l’incanto della prima volta, le emozioni che la accompagnano, lo stupore negli occhi degli altri, cambiano colore e tono di voce. Tutto è un po’ più efficiente, tutto è un po’ più smaliziato, e allora ci si chiede se il successo delle grandi manifestazioni non dipenda dalla capacità di crescere, non soltanto in termini di numeri. La ‘6 Ore dei Templari’ è nata con uno spirito schietto, amichevole, semplice e, forse, questo spirito è stato il suo punto di forza al punto da poterne diventare il marchio. Ed è quando lo spirito diventa un marchio che la ruota inizia a girare diversamente: a Banzi e, in generale, in Basilicata, è ancora presto per parlare in questi termini, ma di certo gli ingredienti ci sono tutti. C’è un luogo splendido, per molti versi addirittura incontaminato, c’è gente generosa ed accogliente, ci sono volontari dalle ottime doti, istituzioni sensibili e disponibili a collaborare ma, soprattutto, c’è un evento che ha un grande potenziale di crescita. Fin qui, nulla da eccepire. Finché non ci si chiede: in che direzione si ritiene sostenibile crescere? Si cerca un’ottica imprenditoriale, si intende mantenere intatto lo spirito della prima e, in parte, della seconda edizione, oppure si vuole curare il particolare a partire dal generale? Proviamo a spiegare meglio Se una manifestazione sportiva ha grosse ambizioni, deve puntare molto in alto, ricevere un sostegno costante, sia in termini economici che umani, deve diventare un appuntamento istituzionale e dotarsi dei mezzi tipici di una società a tutti gli effetti: comunicazione, marketing, pubbliche relazioni, contatti con gli sponsor, ma soprattutto progettazione ed amministrazione. Deve uscire fuori dai confini, regionali e nazionali, trasformarsi completamente in marchio ed abbandonare qualsiasi ottica miope. Se, d’altro canto, intende mantenere intatto il proprio spirito, una manifestazione sportiva non deve dimenticare che lo sport è il proprio obiettivo primario, ed il benessere degli atleti è il suo credo. Un tale scopo implica generosità, disinteresse, la valorizzazione della propria identità non come marchio, ma come impegno di ciascuno nell’essere e nel darsi al meglio di sé, però per una causa comune. Tutto ciò significa mettere in atto una forza centripeta che punta al territorio, ai comuni vicini, alla gente del posto, con la testa aperta quanto il mondo intero. Forse, questa, è la sfida più difficile da raccogliere. Quella che, invece, sarebbe meglio non raccogliere mai, tratta una manifestazione sportiva come un mezzo perché ognuno, dal singolo volontario all’istituzione, passando per l’atleta ospite, possa curare il proprio interesse particolare. In casi simili, il disastro è dietro l’angolo e a perderci è la qualità organizzativa, tecnica, ma soprattutto umana. Si tratta di un rischio che corrono tutti i piccoli eventi carichi di promesse: spesso vogliono fare il salto di qualità, ma lo fanno solo nella testa di chi intende fare il proprio, magari scimmiottando uno spirito ormai bello che perduto. Ecco: dovendo auspicare un futuro per la ‘6 Ore dei Templari’, questo è l’ultimo che sognerei. Nel tripudio di quei due giorni così colorati di bambini, di atleti, di prodotti tipici, ma soprattutto di sport, qualcuno vendeva i panini, qualcuno mancava senza avvertire nonostante le tante promesse, qualcuno capiva il potenziale volume d’affari e si faceva, a suo modo, pubblicità, qualcuno cercava la mano da stringere, ma non per amicizia, qualcuno pretendeva senza chiedere, qualcuno chiedeva senza domandarsi, qualcuno chiedeva del campione senza accorgersi dell’uomo, e chiunque potrebbe pensare ‘Niente di nuovo, sotto il sole. Siamo esseri dannatamente umani!’ ma tutto questo, a chi sognava un tempo una piccola gara tra amici, sembrava come una sottile, impercettibile crepa in un palazzo di rara bellezza. Dovendo auspicare un futuro per la ‘6 Ore dei Templari’, penso ad un’intera comunità che si impegnerà in prima persona scegliendo, secondo le proprie possibilità e l’esperienza maturata in questi due anni, la strada più praticabile: l’ambizione, oppure lo spirito. Personalmente, nessun velocista internazionale e nessun campione blasonato, nessun titolo sui giornali nazionali e nessun complimento valgono un sindaco vestito da templare, un’atmosfera autentica e familiare, il fascino di qualche piccola imperfezione risolta ‘a modo nostro’, la medaglia al collo di un bambino e gli amici, vicini e lontani, che restano anche quando la festa è finita.

Autore: Gabriele Mazzoccoli

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