Cronaca — 24 agosto 2009

Scorrendo i nomi e la nazionalità dei primi tre uomini e delle prime due donne classificate alla TransSlovenia, gara di 400 km in 5 tappe, non può di certo sfuggire un dato: le diverse provenienze. Zdravko Baric, sloveno; Andrea Accorsi, italiano; Aleksandar Arsic, serbo; Monica Barchetti, italiana; Sylvia Rehn, tedesca. In questa amalgama di etnie si cela un significato profondo ed al tempo stesso pregno di storia. Un salto indietro nel tempo è dovuto, per capire. Era la sera del 25 giugno 1991 quando fu convocato in seduta plenaria il Parlamento Sloveno (Skupscina) per discutere e votare l’indipendenza dalla madre Jugoslavia. L’assenso fu unanime e poche ore dopo la votazione, nella piazza centrale di Lubiana il Presidente Milan Kucan proclamò davanti al popolo l’indipendenza slovena. La conclusione del discorso di Kucan lasciava intendere un’immediata risposta delle truppe federali e le sue parole divennero negli anni successivi un motto per l’intero paese: ‘Stasera i sogni sono permessi, domani è un giorno nuovo’. Quell’anticipo di libertà (la dichiarazione d’indipendenza era stata anticipata di 24 ore rispetto alla data prevista, proprio per prendere in contropiede le forze federali) ebbe un eco rilevante tra i mass media tant’è che il Delo, il quotidiano sloveno di Lubiana, la mattina successiva titolava a nove colonne:’Dopo più di mille anni di dominazione austriaca e più di settanta anni di convivenza con la Jugoslavia, la Slovenia è indipendente’. Questo piccolo stato, appartenuto da sempre, storicamente e socialmente alla Mitteleuropa, pulsava libertà da tutti i pori e contrariamente da quanto avvenne per gli stati limitrofi, Croazia, Serbia, Montenegro (dove la guerra fu una conseguenza di scontri etnco-religiosi, con alla base un solido interesse politico-economico di chi stava al potere) ci fu un’unità social popolare e una volontà d’indipendenza che travalicò anche il forte stato d’inferiorità nel quale versava militarmente. La risposta dell’Armata Popolare Jugoslava non si fece attendere e la mattina successiva la milizia prese possesso delle frontiere dando inizio a quella che fu la prima guerra in Europa, dopo la conclusione del secondo conflitto Mondiale: la guerra dei dieci giorni. La guerra si concluse in poco più di una settimana, essendo la nazione etnicamente compatta (a differenza della milizia Federale che contava reclutamenti eterogenei, basti pensare che il 30% erano Albanesi, il 20% Croati, dal 15 al 20% tra Serbi e Montenegrini, il 10% Bosniaci e l’8% Sloveni) e sostenuta politicamente dal Vaticano di Papa Giovanni Paolo II (in chiave anticomunista e in difesa del gran numero di Cattolici Sloveni), dall’Austria e soprattutto dalla Germania per ragioni storiche, che s’impegnò fin da subito a riconoscerne l’indipendenza e spinse perché anche l’intera CEE facesse lo stesso. Le perdite da ambo le parti non furono numerose e l’8 luglio tramite la firma degli accordi di Brioni che prevedevano l’immediata cessazione di ogni ostilità, venne sancita ufficialmente l’indipendenza della piccola Repubblica Slovena. Assai più ostili e con ben altre conseguenze furono gli scontri sui fronti limitrofi, tanto da passare alla storia per l’efferatezza e la disumanità. Avevo 13 anni quando nel 1980 morì Tito (e con lui la dottrina ‘della Difesa Popolare Generale’ nella quale ogni Repubblica manteneva una forza di difesa territoriale) e ricordo le immagini dei suoi funerali proprio in un’epoca in cui le mie convinzioni politiche e i miei futuri ideali vivevano un limbo primario a fronte dell’incertezza che quegli anni producevano all’interno delle nostre coscienze. Ne compivo 20 di anni quando Slobodan Milosevic, allora Presidente della Repubblica Socialista di Serbia, cavalcava l’ondata nazionalista, adottando la teoria secondo la quale ‘la Serbia è là dove c’è un Serbo’. E ne avevo 24 quando nel cielo di Sarejevo gli SA-7 Grail detti missili Strela illuminavano le notti jugoslave e lo schermo del mio televisore si colorava di verde punteggiato di giallo. A quell’epoca ero certamente più sensibile ai miei conflitti interiori, piuttosto che a quelli internazionali, ma ricordo bene le immagine che scorrevano (le stesse che ho ritrovato anni dopo leggendo ‘Venuto al mondo’ di Margaret Mazzantini) e l’ansia che provocavano ai miei pensieri, freschi di uno studio che non sempre mi aveva convinto sulla veridicità dei trascorsi storici. Oggi, con qualche dubbio in più, ma forse con una maggiore esperienza (non per questo ho fugato quegli interrogativi che ancora non trovano risposte) e a fronte di ciò, sono andato alla ricerca di sensazioni sepolte nella terra, nell’asfalto e negli sguardi delle persone che sono rinate in un paese dove, di recente, una guerra ha decretato la libertà a fronte della sconfitta. Perché non bisogna dimenticare quanto sia stato vicino, sia in termini temporali che territoriali quel conflitto, e che indipendentemente dagli esiti, l’umanità ha perso. L’uomo è uscito ancora una volta sconfitto nella sua malvagità, in una serie di atti che non potranno mai seppellire l’onta che una guerra genera. Ho scelto di attraversarlo a piedi quel paese, correndo da Nord (la partenza era posta a Hodos, al confine con l’Ungheria) a Sud (con arrivo a Piran, sul golfo di Strugnano) per guardarlo da vicino e condividerne, per quanto utopistico possa sembrare, il vero sapore con chi ci vive. E così è stato. Ho sofferto tanto, per il caldo, per la sete (gara in autosufficienza), per un tendine bastardo, e proprio all’interno della mia piccola sofferenza ho cercato una simbiosi con quella globale. Con quella che aveva intriso di sangue le acque del Drava e del Kolpa o le rocce calcaree del Carso. Ho guardato gli occhi degli anziani, ancora stanchi per un tempo che gli ha concesso un diritto (la libertà) a fronte di un fiume di dolore (le perdite).


Mi sono chiesto se quel tempo e quel diritto e quel prezzo siano un corpo astratto che la scienza giuridica stima a fronte di variabili assurde, come gli interessi o piuttosto una chimera che continua a volteggiare sulla testa di ognuno di noi, convinto di farne parte molto più di quanto in realtà non sia escluso. ‘La libertà è l’unico diritto per cui vale la pena morire, ma per il quale è doveroso vivere’ ha detto qualcuno e forse solo chi ha dovuto realmente passare attraverso questo aforisma, scorticandosi la pelle, ne ha catturato veramente il senso. Anche a fronte della libertà conquistata. Ho corso sui sentieri di montagna dove anni prima quei volti che io oggi ho incontrato, a cui ho sorriso, erano gli stessi che si nascondevano tra la fitta vegetazione, mettendo in opera l’unica arma di cui disponevano: la guerra asimmetrica. La debolezza dell’avversario in un contesto che lo vedeva fuori luogo diventava immensa, nonostante la forza bellica assai superiore di cui disponeva. Ho corso attraverso i tunnel scavati nella roccia, quelli che all’epoca nascondevano i combattenti, quei volti stessi che ho incrociato tra Maribor e la zona della Bassa Stiria. Mi sono fermato nel giardino di una vecchia fattoria, sulle colline tra Ptuji e Poljcane domandando acqua per riempire la mia borraccia. Un’anziana donna seduta sulla soglia di casa mi guardava riempire la mia fiasca mentre un uomo cercava di spiegarmi a gesti che la corsa sotto il sole è faticosa. La vecchia mi ricordava mia nonna, che di guerre ne ha vissute due sulla sua pelle, prima di perdere quella con la malattia. Ed è incredibile come sia altero lo sguardo che accomuna tutte le persone anziane sopravissute ai conflitti, indipendentemente dai luoghi e dai tempi. Quando sono ripartito ho incrociato per un istante il suo sguardo e mi sono domandato se anche lei fosse stata un patrimonio di novelle per i suoi nipoti, così come lo era stata mia nonna. Credo che sotto questo aspetto la corsa di lunga lena, quando non vive l’urgenza primaria dell’agonismo (aspetto che comunque non ha latitato nel corso della gara) sia una grande fonte di rivisitazione delle proprie conoscenze. Ci siamo ritrovati in un manipolo eterogeneo di uomini e donne, avvolti nel fascino di un paese che cresce giorno dopo giorno aggrappato alle sue radici, ma cosciente che l’evoluzione passa obbligatoriamente per il cambiamento. Attraverso il rinnovamento. Lo si capisce dai particolari, come dal fatto che tanti ragazzi giovani siano stati battezzati con il nome di Milan, colui che diede il via alla dichiarazione di libertà (il Presidente Milan Kucan), stesso nome , infatti, anche dell’organizzatore della gara (Milan Jeler). Lo si evince dai discorsi dei miei coetanei, che sono cresciuti con una forte influenza da Ovest, più di quanto non abbia tentato di esercitare la politica da Est. Allora diventa facile capire quanto sia stato motivo d’orgoglio per chi, nei giorni dal 12 al 16 agosto scorso, ha preso parte alla prima edizione della gara a tappe di 404 km in terra Slovena. Dopo aver tagliato trasversalmente la storia di un paese che nasce sulle rovine di una guerra, ma che non mostra alcun segno di quel conflitto e che anzi si eleva proprio per la sobrietà e la semplicità delle proprie nobili intenzioni tradotte velocemente in aspetti socio-economici di valore assoluto, vedere quattro diverse bandiere sventolare sul podio finale lascia un segno, lancia un messaggio molto forte: libertà significa INSIEME.


Un profondo ringraziamento a Claudio Bernagozzi e sua moglie Antonella per l’amicizia e la disponibilità che hanno reso meno ardua la mia fatica. Un pensiero speciale alla mia compagna, Monica, che ha condiviso ogni metro di quel lungo cammino, assaporandone gioia e dolore al mio pari.

Autore: Andrea Accorsi

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