Atletica News slide — 28 giugno 2017

berrutiIl ’68 tricolore di Trieste si trasformò in un ultimo hurrà e, di pari passo, non fece che annunciare quel che sarebbe accaduto di lì a poco: il ’68 kolossal di Mexico City, la fantasia al potere. E’ coinvolgente rileggere i risultati di quel 5, 6, 7 luglio distante cinquanta stagioni, ed è commovente annotare l’ottavo titolo sui 200 di Livio Berruti, l’ultimo di una serie iniziata nel 1957, diciottenne. E se nel suo anno mirabile, il 1960, Livio aveva onorato lo stadio di Bologna correndo in 20”8, a Trieste fece meglio di un decimo, la miglior prestazione in chiave tricolore del campione olimpico che, al tempo, appariva come vegliardo e non aveva che 29 anni. Con quella vittoria, con quella prestazione, si avviò verso la terza avventura olimpica che si sarebbe interrotta ai quarti ma che l’avrebbe visto in azione nella quinta finale: dopo le accoppiate 200-4×100 di Roma e Tokyo, ancora una presenza con la staffetta, settima.

Per la prima volta, in una gara che assegnava il titolo, un atleta si spinse sotto i 50 secondi: non è il caso di sottolineare, se non per i più giovani, che quel 49”8 venne firmato da Roberto Frinolli che, sempre a Trieste, cinque anni prima, aveva conquistato il primo dei suoi sei titoli italiani offrendo anche in quel caso un acuto da record dei campionati: 50”5. A quel punto la strada era tracciata: l’avrebbe portato sull’altopiano messicano, al 49”2 del 14 ottobre che, in apparenza, eguagliava il record di Tito Morale e che la successiva ufficialità del crono elettrico avrebbe disvelato in 49”14. Per la seconda volta finalista, dopo il sesto posto di Tokyo (quando Morale finì terzo), Roberto sarebbe finito ottavo e ultimo, dopo un coraggioso avvio, nella finale marchiata a fuoco da David Hemery, detto Drake.

A Trieste iniziarono a maturare le consapevolezze di Beppe Gentile: aggiungere 18 centimetri al fresco record italiano, portarlo a 16,52, assunse il significato dell’atterraggio in una nuova dimensione.

Di lì a poco più di un mese, a Chorzow, Slesia, nel match tra Italia e Polonia, il romano di radici siciliane (e berbere, come svelò Gianni Brera, in una magnifica intervista per lo speciale numero di Atletica di fine annata), avrebbe offerto un fine settimana da leone rampante: 7,91, cancellando il 7,73 vecchio 32 anni di un Arturo Maffei berlinese e dannatamente vicino al podio, e 16,74. Quel che avvenne il 16 e il 17 ottobre – doppio record mondiale a 17,10 e 17,22 e bronzo olimpico nella più emozionante competizione di sempre – è stato troppo narrato per proporre un’ennesima ricostruzione.

Eddy Ottoz agì con una certa cautela: il suo quarto titolo consecutivo venne accompagnato da un 13”9 che può essere catalogato nel routinario, dopo il 13”5 di qualche giorno prima a Monaco. Quel tempo, ripetuto tre volte in Messico, nelle preolimpiche e nei turni eliminatori, lo avrebbe trasportato alla finale in cui, come scrisse Alfredo Berra, riuscì, unico Orazio, a trovar posto tra i Curiazi americani: bronzo in 13”46, a tredici cents da Willie Davenport, a quattro da Ervin Hall e 21 davanti a Leon Coleman.

Il viaggio in quel vecchio tempo triestino riporta in superficie il tredicesimo e ultimo successo di Silvano Meconi, la prima maglia tricolore vestita da una piccola piacentina che partiva a razzo, Cecilia Molinari, il poker sugli 800 di Paola Pigni che portava addosso una maglia perfetta per lo scenario, quella del Circolo Giuliano Dalmata di Milano. A Messico quella distanza, troppo breve per lei, non le avrebbe permesso di progredire oltre le semifinali, ma l’aprirsi di nuovi orizzonti le avrebbe garantito un futuro radioso.

TV – Diretta su RaiSport:
– venerdì 30 giugno, ore 16:45 – 19:30
– sabato 1 luglio, ore 18:40 – 21:00
– domenica 2 luglio, ore 18:00 – 21:00
Il resto della manifestazione sarà trasmessa in DIRETTA STREAMING su www.atletica.tv

 

Ufficio Stampa FIDAL.
Federazione Italiana di Atletica Leggera

 

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Peluso

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