Cronaca — 21 agosto 2009

Leipzig, ovvero la nobilissima Lipsia, cioè la Fiera, le Case Editrici, e poi Bach, Lortzig, Gottsched, Lessing, Klopstock, Goethe, Leibniz, Wagner, tutti personaggi che hanno avuto a che fare con la città sassone, situata ai confini orientali della Germania, che vide la prima vera sconfitta di Napoleone Buonaparte.


La mia caviglia sinistra ed il piede sinistro di Angela, reduci dalla scorpacciata di chilometri della Baltic Run, sono ancora tumefatti e dolenti. Per assecondare il loro recupero, le altre articolazioni ed i muscoli degli arti inferiori erano stati messi a riposo per nove giorni. Quota d’iscrizione, biglietto aereo ed albergo erano stati pagati. “In queste condizioni non possiamo affrontare una 100 Km, – avevo detto ad Angela – partiamo ed andiamoci a vedere la Nikolaikirche, il nuovo Municipio, la Stazione Centrale”. Giunti sul posto, gli iscritti Hartmann Stampfer, Maritati e l’azzurro Di Toma con Franco Ranciaffi non si presentano. Tocca a noi, pertanto, garantire la presenza italiana alla 20^ Edizione della 100 Km di Lipsia, sabato, 15 agosto, dove l’anno precedente Mario Pirotta aveva fatto scintille.


Dopo la sveglia alle ore 4:00, alle ore 6:00 di ferragosto, quando nel Belpaese tutti stanno al mare o in montagna a celebrare le Feriae Augusti, solo noi due, noi due soli fra 59 milioni, ci sottoponiamo in terra tedesca alla fatica di 100 km, acciaccati per giunta!


Il percorso, quasi totalmente sterrato, s’inoltra nel bosco per circa 1,5 km, poi, sospesi sulla lunga campata di uno stretto, tremolante ponte pedonale di legno, scavalchiamo un fiume dagli argini curatissimi. Gli alberi continuano a proteggere i concorrenti fino al 4° km, quando si ripassa sullo stesso corso d’acqua su un ponte stradale assolato. Ecco subito dopo un laghetto, del quale se ne completa il periplo e si giunge al 5,800 km. Si ritorna, quindi, sul ponte asfaltato, e rifacendo, in senso inverso, gli stessi sentieri, si raggiunge il punto di partenza: 10 km, da ripetere 10 volte.


I tedeschi sembrano non disdegnare le corse in circuiti, dagli italiani ritenute noiose per la loro monotonia. Essi, però, ovviano a questo innegabile limite scegliendo percorsi naturalistici, nei boschi, intorno ad un lago. Così facendo, riducono al minimo le pastoie burocratiche, garantiscono una buona copertura organizzativa e possono programmare molte gare. La perfetta organizzazione di Lipsia è dovuta anche al fatto che il territorio effettivamente controllato è stato di soli 5 km. Una corsa in linea di 100 km prevede ben più gravosi impegni.


Sin dall’inizio, cerco di sollecitare il meno possibile la mia caviglia sinistra, riducendo al minimo i movimenti di flesso-estensione e di prono-supinazione della tibio-tarsica, ed affidando un maggior carico all’arto inferiore destro. Essa, per la verità, si comporta bene, e non geme. Inspiegabilmente, sono ambedue i quadricipiti che sento contratti e dolenti. Non riesco a tenere una postura corretta, le braccia sono cascanti e le spalle cifotiche. Mi è difficile spiegare la defaillance. Forse i nove giorni di riposo assoluto? Anche Angela non sembra in forma, e sul suo viso non è dipinto l’abituale sorriso. Corriamo a breve distanza, un po’ per non influenzarci negativamente, un po’ per incoraggiarci reciprocamente.


Man mano che i chilometri passano, la caviglia continua a comportarsi egregiamente, mentre i quadricipiti non ne vogliono sapere. Il sole, frattanto, s’è levato ed i suoi raggi riescono a penetrare tra le fronde degli alberi. Penso: “Sono condannato a correre fino al tramonto, cioè fino a quando non avrà percorso tutto l’emisfero!”. Tutto questo peggiora la mia situazione psicologica, per cui cerco di impegnare la mente in pensieri positivi: “Completa cinque giri, poi tutto sarà più facile! Potrai anche concederti di camminare. E’ forse disonorevole andare al passo?”. Intanto, i muscoli anteriori della coscia continuano a tormentarmi.


In prossimità della partenza arrivo, lo speaker, che sa leggere l’italiano, pronuncia alla perfezione il mio cognome, accentuando la doppia z e la doppia l, e conclude con un “Avanti!”, che risuona come una sferzata: ed io vado avanti!


Considerazioni negative mi assalgono nuovamente: “A ferragosto! Sottoporsi ad una fatica immane! In un circuito! La 100 km è una corsa antifisiologica! Chi te lo fa fare! I fine settimana vatteli a passare seduto ad un bar di Piazza Navona, o ai Champs Elisée a vedere passare la bella gente”. Prometto ai miei queruli quadricipiti essere, questo, l’ultimo strapazzo cui li sottopongo, a patto di smetterla con le lagnanze e di mettecerla tutta per farmi completare la gara entro le 13 ore di tempo massimo.


Finalmente, si giunge a metà gara. E’ vero che i chilometri da fare sono sempre meno di quelli macinati, ma bisogna pur farli! Contino a correre, anche se più lentamente. Il giro che percorrevo in 1:05:00, ora lo completo in 1:15:00. ” Tanto – dico a me stesso – anche se adesso comincio a camminare, riuscirò comunque a finire la gara in tempo utile”. Anche se sgraziato, continuo a correre, chiamando a raccolta tutti i muscoli accessori. Mi infonde energia la gradevolezza del luogo, le acque placide del lago, ed a caricarmi d’ottimismo il fragore del trenino turistico.


Quando m’involo per l’ultimo giro, non ho più pietà dei miei quadricipiti, ed allungo il passo per farla finita quanto prima. Anche Angela vive le stesse sensazioni, corriamo appaiati, e tagliamo il traguardo mano nella mano.


Non so cosa abbiano pensato i tedeschi delle nostre effusioni. Certamente non hanno pensato niente. Con le fedi a sinistra ed Angela con il suo cognome, tutto hanno pensato, eccetto che fossimo marito e moglie. A queste latitudini, la fede si porta a destra e le sposate prendono (di solito) il nome del marito: con le mode che corrono, lo cambiano diverse volte!


Chi vuole conoscere il tempo impiegato deve avere la pazienza di andare sul sito www.triathlon-service.de. Sento già i malpensanti: “Evidentemente son giunti fuori tempo massimo!”.


Questa è la pura cronaca del travaglio, cui è stata sottoposta la mia mente in quel caldo ferragosto. E’ superfluo aggiungere che ho già rinnegato quanto promesso ai miei quadricipiti!


Autore: Michele Rizzitelli

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Peluso

  • antonello lommito,a.s.d. amici del ciclo sez.pod

    complimenti, 11:47:54, nonostante gli acciacchi e i doloranti quadricipiti ci siete per l’ennesima volta riusciti!
    BRAVISSIMI dimostrate che oltre alla presenza, ormai anche le utra per voi sono normale repertorio, ancora una volta dr. Michele i tuoi 120 anni non sono poi tanto un miraggio, credo che a 60 anni suonati da un bel pò puoi realizzare il tuo sogno insieme ad Angela saluterai sicuramente il secolo, una raccomandazione: non staccate la spina!BRAVI

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